foto da associazione AWA
di Alidad Shiri
Milano, una sala piena di gente, musica, voci e colori riunisce gli afghani di vari gruppi etnici, Hazara, Pashtun, Tajiki e Uzbeki, per festeggiare il Capodanno “Nawroz”, una delle feste più importanti per l’Afghanistan, l’Iran e altre regioni del centroasiatico, simbolo di speranza e di nuova vita. E’ una scena per noi di qui abbastanza ordinaria di festa, ma per loro unica e nuova da tempo perché il regime talebano, al potere da quasi cinque anni, ha vietato ogni segno di gioia.
Donne, uomini e bambini danzano, chi nei costumi tradizionali, chi vestiti all’occidentale, chi con velo, chi senza velo nella riacquistata libertà. Si respira una carica di emozione, sono lontani dai loro Paesi di origine, alcuni anche dall’Iran, lontani dalla guerra. Molti partecipanti portano sulle spalle il peso di storie difficili, di lutti, di fughe incredibili, di separazioni drammatiche dal propri cari, di perdita di tutti i beni che avevano.
Non pochi di loro hanno ancora famigliari in Afghanistan, in Iran o in Pakistan. Oggi la loro preoccupazione è verso di loro, bloccati, e la speranza di un ricongiungimento famigliare. Ad un certo punto un musicista con lo strumento “Dambura” (simile alla chitarra) comincia a suonare e cantare; tutti corrono verso il palco, afghani, iraniani e anche autoctoni, ballando e ridendo. Anche se non tutti capiscono le parole, si sentono profondamente uniti dal linguaggio universale che è la musica. Per loro questo non è solo un momento di celebrazione culturale, ma soprattutto una parentesi preziosa in cui sospendere, anche solo per qualche ora, l’angoscia quotidiana e ritrovare il gusto del senso di appartenenza. Ha ancora più significato considerando la situazione attuale dell’Afghanistan, dove è vietato alle donne ballare, ascoltare musica e partecipare alla vita pubblica, costrette a coprirsi completamente con il burqa. Anche la loro espressione vocale è fortemente limitata. In questo contesto per le donne danzare liberamente, sorridendo in uno spazio comune, rappresenta un gesto potente, un atto di resistenza culturale e umana.
Musica tra passato e presente: melodie tradizionali si intrecciano con ritmi moderni, accompagnando danze collettive in cui l’età, il sesso e le provenienze non sono importanti. I bambini che corrano liberamente tra i presenti danno un senso di vita nuova e di gioia.
L’iniziativa è stata organizzata dall’associazione AWA e dalla Comunità di Sant’Egidio di Milano, da anni impegnate nell’accoglienza e nel sostegno delle comunità migranti. Non si tratta solo di una festa, ma di un momento di incontro, condivisione e dialogo, capace di unire persone diverse attorno a valori comuni come la solidarietà e la speranza. Si mangia insieme cibi preparati dall’associazione Awa che è impegnata a creare nuove narrazioni, difesa dei diritti umani con un lavoro soprattutto invisibile, portando coperte e cibo a chi e più dimenticato, di notte lungo le strade di Milano. In un tempo cosi buio segnato da micidiali conflitti e divisioni, eventi come questi mostrano il volto piè umano delle migrazioni, della dignità di ogni persona e dell’accoglienza.
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