di Monia Azzalini, Osservatorio di Pavia
L’onorevole Ascani ha chiesto al collega Pozzolo di essere chiamata “signora presidente o presidente” richiamando il collega a un uso corretto della lingua italiana che è una lingua dal genere marcato, per cui se un nome si riferisce a una donna viene declinato al femminile, “signora”, appunto, se si riferisce a un uomo “signore”, o “signor” con apocope/troncamento tipico del parlato.
Presidente è un nome che non ha il genere trasparente a livello morfologico, perché rimane invariato al femminile e al maschile: il genere grammaticale è reso evidente dagli accordi sintattici, con articoli, aggettivi etc, che permettono di capire se il nome si riferisce a una donna (”la presidente”) o a un uomo (“il presidente”).
Pozzolo si è scontrato con la collega Ascani invocando la correttezza del “lessico istituzionale”, corretto, a suo dire, secondo l’Accademia della Crusca. Trascurando per un momento la questione del “lessico istituzionale” , non mi risulta che l’Accademia si sia mai pronunciata sull’uso dell’appellativo “signora” ritenendolo inopportuno per i contesti istituzionali. Si è pronunciata, invece, effettivamente con un po’ di incertezza, sul tema dell’uso delle forme femminili dei nomi di professioni o cariche politiche, dichiarando in uno scritto di una decina d’anni da, a firma dell’allora suo presidente, che le donne direttamente interessate potevano esprimere la loro preferenza, per esempio di essere chiamate “il presidente”, data l’abitudine a usare il maschile per indicare ruoli istituzionali.
A questo evidentemente pensa Pozzolo, anche se lo pensa male: perché non segue la volontà della collega di essere chiamata “signora presidente”.
Che Pozzolo abbia le idee un po’ confuse in materia risulta chiaro quando, a un certo punto, si dice stanco del “politicamente corretto”, dichiarazione che attribuisce un valore politico all’uso di un appellativo femminile: perché in effetti usare un appellativo femminile per rivolgersi a una donna non significa affatto sfidare il sistema linguistico italiano, che è ripeto, di genere marcato, significa piuttosto sfidare forme di sessismo e stereotipi latenti, che attraverso la lingua tendono a escludere le donne da certi ambiti, come quello istituzioni, ancora a dominio maschile.
Perché una riflessione di questo tipo nel sito di Carta di Roma? Perché la lingua non è neutra, ma contribuisce a rendere visibili o invisibili le persone e le relazioni di potere che le riguardano.
Sia nel linguaggio usato per definire le donne sia in quello scelto per riferirsi alle persone migranti, rifugiate e vittime di tratta, la scelta delle parole non è solo una questione grammaticale, ma è una questione di riconoscimento, rispetto e rappresentazione sociale delle persone.
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