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Migranti e informazione. Andrea Segre: “La storia di una persona spiega molto di più”

L’intervista ad Andrea Segre: «Sensibilità diffusa soprattutto nei luoghi non ufficiali della superficie mediatica»

«È vero che sei arrivato in barca? E com’era il mare?», chiede il giovane protagonista del film La Prima Neve al rifugiato del Togo accolto in un paesino nelle montagne del Trentino insieme alla figlia. Nel film si narra la storia di un incontro e di una comprensione reciproca tra il dolore per la perdita del padre del ragazzino italiano e il dolore del togolese per la moglie morta in mare nella traversata.

Storie di accoglienza e di incontri che diventano occasioni per capire e conoscersi.  Anche in “Io sono LI” il regista Andrea Segre aveva raccontato con straordinaria abilità una delle tante storie di immigrazione e l’ambivalenza dei sentimenti e dei comportamenti, tra pregiudizi e discriminazioni da un lato e curiosità e interesse che sfocia in amicizie dall’altra, con protagonisti gli abitanti di una provincia italiana dove lavora e vive una donna di origine cinese. Leggendo le cronache dell’accoglienza dei profughi nelle varie province italiane abbiamo ritrovato quella stessa ambivalenza,  tra allarmismi e paure – spesso alimentati dal discorso politico – e storie di accoglienza che se non sono particolarmente “struggenti” fanno fatica a trovare spazio anche nei media locali.

Carta di Roma ha chiesto ad Andrea Segre, che oltre ad essere regista è dottore di ricerca e docente di Sociologia della Comunicazione presso l’Università di Bologna, cosa ne pensa del dibattito pubblico sull’accoglienza del recente flusso di profughi.

 

Ritiene che le varie province italiane – dove viene indirizzato il flusso di arrivi di questi ultimi mesi – siano oggi più preparate all’accoglienza? «Abbiamo vissuto per tanti anni la schizofrenia di avere una classe politica che metteva la questione immigrazione sull’altare sacrificale utile al guadagno del consenso, ma non si occupava di costruire percorsi di accoglienza lasciandoli agli enti locali o alle realtà associative e individuali. Il risultato è stato un programma di accoglienza molto molto ridotto rispetto alle esigenze e alla richieste dell’Europa. Il paese ha supplito con percorsi di accoglienza informali. Non dobbiamo dimenticare infatti che la nostra composizione sociale è cambiata molto con i 5 milioni di persone appartenenti a nuove culture che sono entrate nell’antropologia quotidiana. Il paese però non ha di fatto vissuto grandi tensioni nella sua vita quotidiana. Nelle grandi città non ci sono forti ghettizzazioni non perché ci sia stata una classe politica locale capace – anche se magari in alcuni luoghi è così –  ma perché alla fine l’italiano medio è quello che dice “gli immigrati sono un problema tranne Mostapha che lavora con me” e con tutti i Mostapha che lavorano con te costruisci l’accoglienza all’italiana. L’Italia quindi è riuscita in 20 anni a integrare nel suo tessuto prima 3 poi 4 e ora 5 milioni di persone senza produrre particolari tensioni sociali,  come è avvenuto invece in altri paesi europei dove c’è una ghettizzazione etnica molto forte. Adesso da un anno a questa parte, con l’operazione Mare Nostrum, c’è stato un aumento del  numero di posti letto per richiedenti asilo e un ampliamento del sistema SPRAR – di cui si parla poco e male. E’ un’operazione avvenuta quasi in silenzio e che vive dell’eredità di quella confusione e di quella schizofrenia alimentata per venti anni e dobbiamo capire ora se saremo capaci di dare un senso di progettualità a lungo termine a questa vicenda».

In un post sul suo blog afferma che la cosiddetta emergenza immigrazione si è risolta nel passato con l’apertura. Non crede che con la crisi economica sia oggi impossibile? « Gli italiani in effetti pensano: “come facciamo a ospitarli tutti noi?” Un pensiero superato dai dati di fatto, visto che le persone che arrivano da noi se ne vogliono andare, transitano e stanno iniziando a lasciarci soli trasferendosi in altri luoghi. Il vero problema è che quando eviti la mano dura e violenta del “finalmente cattivi” – come disse  Maroni – ti accorgi di non aver preparato poco e niente di alternativo e quindi ti ritrovi con pochi mezzi a disposizione per affrontare dei flussi che sono molto alti. Hai semplicemente tolto un finto tappo dove l’avevi messo prima. E adesso devi inventarti una strada che, certo deve essere europea, ma non possiamo solo dire che l’Europa non ci deve lasciare soli. Siamo noi che ci siamo lasciati soli prima di tutto. Se si pensa ai miliardi spesi con l’emergenza Nord Africa senza costruire senza nessun tessuto di accoglienza perché tutti luoghi erano luoghi temporanei e che rispondevano ad esigenze puramente logistiche, non di accoglienza vera e propria. Infatti erano per lo più alberghi, case sfitte o campi improvvisati della protezione civile che sono serviti solo a distribuire un po’ di soldi ad amici di amici o ristoratori senza clienti o a capi quartieri o a parroci che avevano così i soldi per restaurare qualche edificio.  Parliamo di miliardi di euro. Quell’esperienza lì non sedimenta niente e poi infatti devi ricominciare tutto da capo. Ricordiamo che allora furono messi da parte tutte quelle strutture che già si dedicavano all’accoglienza e che non furono nemmeno coinvolte».

Che ruolo hanno avuto e hanno i media nel racconto sull’immigrazione in Italia? «I media in Italia sono legati alle appartenenze politiche e c’è chi ha giocato al progressista chi al razzista però c’è stato anche tanto racconto indipendente e reale. Tante storie di immigrazione sono state raccontate in questi anni e tante dinamiche sociali. La vivacità di chi non ha accettato semplicemente la superficie mediatica mainstream, ma ha prodotto un’informazione libera è stata ampia. Non possiamo dimenticare le decine e decine di giovani che hanno raccontato le storie di immigrazione. Certo, sempre nella schizofrenia di avere nel frattempo i talk show di turno che continuano ad alimentare il discorso con una strategia superficiale che non si occupa della realtà. Io cerco di guardare gli ambiti di resistenza culturale e civile che questo paese ha prodotto e che rappresentano quell’humus che ci ha permesso di evitare grosse tensioni sociali. In tutte le città in Italia c’è qualcuno che resiste alle tentazione della deviazione xenofoba e quelle resistenze producono civiltà».

Ha notato negli ultimi anni un cambio di linguaggio quando si parla di immigrazione? «Sì, l’ho notato. In un piccolo paese veneto ho letto in una locandina “Di nascosto arrivati 15 migranti” – cinque anni fa avrebbero scritto sicuramente “15 clandestini”. Poi l’articolo parlava di queste persone dicendo se erano uomini e donne e non dicendo se erano africani o siriani. Insomma un po’ di sensibilità si è diffusa anche in quei luoghi dove è più difficile farla arrivare, ma soprattutto nei luoghi non ufficiali della superficie mediatica. Si è diffusa tanto in tutti i tessuti della realtà del paese e questo ha permesso di arginare le derive più pericolose».

Cosa occorre per fare invece una buona informazione su questi temi? «Se tu non conosci la dimensione reale dei fenomeni fai fatica a restituire correttamente i fatti e anche a fare le domande giuste a chi intervisti. Mi sono trovato spesso a dibattiti pubblici o ad assistere ad interviste imbarazzanti dove si capiva benissimo che chi poneva le domande non sapeva niente o molto poco della questione. In generale è importante partire dalle dignità individuali. Spiega molto di più la storia di una persona che ti racconta quello che avresti potuto vivere se anche tu fossi stato dalla parte sbagliata del mondo che non un’opinionista o un politico».

Anna Meli

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