Germany. Jewish family opens their Berlin home to Muslim refugee. The Jellinek family is hosting Syrian Muslim Kinan from Damascus, in Berlin Mitte. This portrait is part of the No Stranger Place series, which portrays locals and refugees living together - Credits: Dialect © Felipe Romero Beltrán*
Come vengono raccontati sui social media e perché non dividono la discussione pubblica
di Giuseppe Milazzo foto: Dialect © Felipe Romero Beltrán*
Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale definisce i corridoi umanitari come un programma, nato dalla collaborazione tra istituzioni e società civile (Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche e Tavola Valdese), di “trasferimento e integrazione in Italia rivolto a migranti in condizione di particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di esseri umani, anziani, persone con disabilità o con patologie”. Dal 2015, il programma ha consentito l’ingresso di circa 4.000 persone provenienti da diversi Paesi, tra cui Libano, Etiopia, Niger, Giordania, Libia, Pakistan e Iran.
Nell’ultima edizione del Rapporto annuale Notizie senza volto dell’Associazione Carta di Roma è presente una sezione dedicata all’analisi sintetica della discussione pubblica sui corridoi umanitari all’interno delle pagine pubbliche di Facebook (FB), nel periodo compreso tra il 1° gennaio e il 31 ottobre 2025. Il corpus dei post è stato estratto utilizzando la Meta Content Library (profili verificati con oltre 25.000 follower e post di pagine con almeno 15.000 like o follower).
Tra i principali risultati, il Rapporto evidenzia come, nel periodo osservato, il dibattito sui corridoi umanitari su Facebook risulti discontinuo ma fortemente sensibile al contesto geopolitico, con 1.412 post complessivi e una crescita costante a partire dal mese di luglio, in parallelo con l’aumento dell’attenzione sulla guerra a Gaza. L’engagement segue l’andamento degli eventi e degli interventi di attori influenti, registrando picchi in corrispondenza dell’appello del Cardinale Zuppi a maggio (11.800 reazioni), dell’iniziativa del personale sanitario del Cardarelli di Napoli ad agosto (19.208), della polemica sulla Global Sumud Flotilla a settembre (29.702) e di un dibattito parlamentare in ottobre (25.897).
La sfera discorsiva appare ampia e diversificata: quasi il 50% dei post proviene da attori privati, seguiti da media e giornalisti (21%), politici e istituzioni (12%), ONG e società civile (7%) e soggetti religiosi (6%). Sul piano tematico prevalgono le cornici di advocacy e campagne (52%), trainate dalla crisi mediorientale, seguite dai corridoi educativi (17%, progetto UNICORE). Restano più marginali la rete dell’accoglienza e gli eventi (9%), i corridoi sanitari (7%), le storie e l’integrazione (6%) e gli aiuti in loco (3%).
Le metriche di engagement confermano il ruolo centrale dei media e la capacità mobilitante delle campagne: i contenuti di advocacy generano i livelli di interazione più elevati, gli autori appartenenti al mondo dei media ottengono le migliori performance complessive e, a fronte di valori simili tra toni critici/di sollecitazione (51%) e celebrativi (46%), questi ultimi risultano più efficaci in termini di visualizzazioni, indicando una maggiore diffusione delle narrazioni positive.
Il tema in oggetto e la copertura del dibattito su un social network pongono alcune osservazioni che meritano di essere brevemente esaminate. La prima riguarda l’agenda dei social media sui corridoi umanitari in comparazione con quella dei media tradizionali. Pur nella diversità di volumi e di voci che caratterizza l’ecosfera digitale rispetto all’informazione proposta da stampa e televisione, si rintraccia un’influenza reciproca tra le due sfere della discussione pubblica. Questo dato sembra validare, almeno in parte, la teoria dell’intermedia agenda setting, secondo cui media tradizionali e social media si influenzano reciprocamente, dando vita a un sistema informativo integrato in cui la preminenza dei temi segue traiettorie in larga misura convergenti. In altri termini, la crescita di attenzione sui corridoi umanitari registrata sui social nei mesi estivi, in parallelo con le mobilitazioni per Gaza, è osservabile anche nell’agenda dei media tradizionali. La centralità del conflitto ha amplificato in modo decisivo la visibilità dei corridoi umanitari, portando il tema al centro della discussione pubblica. Media e social hanno, in questo senso, concorso alla definizione dei temi di interesse pubblico sui quali concentrare l’attenzione e orientare il dibattito.
La seconda osservazione riguarda i produttori di contenuti sui corridoi umanitari rilevati nel social media analizzato. Media e giornalisti mantengono una posizione centrale sia in termini di visibilità (quantità di post pubblicati) sia per capacità mobilitante, come emerge dall’analisi delle interazioni e delle visualizzazioni. Questa centralità rimanda alla circolarità propria del sistema ibrido dell’informazione, in cui media tradizionali e social media si alimentano reciprocamente. In questo contesto appare significativa anche la permeabilità del tema dei corridoi umanitari a sfere diverse, mondo dei media, politica e società civile, che include una pluralità di voci: dall’associazionismo alle università, dai soggetti religiosi ispiratori e gestori dei progetti (come la Chiesa cattolica e la Tavola Valdese) fino ai protagonisti diretti che hanno beneficiato di queste opportunità di spostamento attraverso canali legali e sicuri.
La terza osservazione è che il tema dei corridoi umanitari, a differenza di molte altre questioni che riguardano le migrazioni, si sviluppa senza generare polarizzazioni o divisioni. L’analisi dei post conferma una cornice prevalentemente caratterizzata da approvazione e rispetto per le iniziative intraprese, indipendentemente dagli attori coinvolti. Il tema non risulta divisivo; al contrario, gode di un ampio consenso e di una forte legittimazione simbolica. Disinnesca differenze politiche e ideologiche e richiama, già nella sua denominazione, un campo semantico positivo: corridoi umanitari come vie sicure di accesso per rifugiati, vittime di guerre e carestie, con una centralità assegnata ai soggetti beneficiari e all’etica del gesto. Anche in contesti caratterizzati da visioni contrapposte e da polemiche, il tema dei corridoi umanitari rimane sostanzialmente indenne dal conflitto politico e ideologico.
L’analisi del tono presentata nel Rapporto rileva infatti l’assenza di un approccio negativo al tema. Le modalità discorsive si distribuiscono in modo equilibrato tra chi sollecita con enfasi l’apertura di corridoi umanitari, talvolta criticando l’inazione o l’insufficienza delle risposte istituzionali, e chi valorizza le esperienze realizzate, mettendo in luce i risultati raggiunti e le storie di successo. Il Rapporto ricorda che ONG, società civile, politica e utenti privati tendono maggiormente alla denuncia, mentre media, accademia e Chiesa privilegiano una narrazione orientata alla valorizzazione dei progetti. In ogni caso, come emerge da queste sfumature, il sentimento complessivo verso i corridoi umanitari resta positivo nell’intera sfera discorsiva, delineando una convergenza di senso ed etica tra attori che, in altri contesti, dialogano raramente e in modo conflittuale.
L’ultima osservazione, che si lega naturalmente alla precedente, riguarda la sobrietà dei toni e dei linguaggi adottati quando si parla di corridoi umanitari. La comunicazione emotiva legata alle storie di vita di persone che hanno beneficiato di corridoi sanitari o educativi non sfocia in eccessi patemici: rispetta e tutela i soggetti in condizioni di vulnerabilità, pone al centro l’azione più che gli attori e modera il rischio di protagonismi. Parallelamente, una comunicazione di tipo più razionale restituisce i numeri delle persone coinvolte nei progetti e rende conto degli sforzi congiunti di associazioni confessionali, diplomazie e istituzioni per l’apertura di vie sicure, anche in contesti segnati da forte instabilità e fragilità politica.
Nel complesso, l’analisi suggerisce che i corridoi umanitari rappresentano, anche nello spazio discorsivo dei social media, una rara eccezione rispetto alle narrazioni polarizzanti che caratterizzano gran parte del racconto sulle migrazioni. I corridoi funzionano come dispositivi simbolici e comunicativi capaci di costruire “ponti narrativi” tra attori, linguaggi e sensibilità diverse, contribuendo a una rappresentazione del fenomeno migratorio fondata su legittimità etica, protezione delle persone e possibilità di immaginare risposte condivise e non conflittuali.
Questo editoriale è realizzato con il contributo dell’8xMille della Chiesa Valdese
* La foto fa parte della Mostra “OUT OF FRAME – Ripensare le narrazioni visive delle migrazioni in Europa”, realizzata da Zona con Fieri, in collaborazione con Gramma Studio e Phos.
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