Hongmu, kosso, keno, o legno venoso. Sono numerosi i termini per definire una delle specie di legname più preziose e minacciate del Sahel conosciuta come rosewood, una varietà di palissandro. Nel sud-ovest del Mali, dove si trova gran parte delle riserve della famiglia dei pterocarpus erinaceus, la popolazione locale sta subendo in silenzio gli effetti di una corsa predatoria a questo tipo di legno di inestimabile valore. Gli alberi possono raggiungere i 300 anni di età e quando vengono feriti a colpi di machete sprigionano un fluido rosso-sangue lungo i bordi interni della corteccia usato come olio essenziale.
IL LEGNO ROSA TRAFFICATO IN MALI
Trafficato in Mali come in molti altri Stati della regione, il rosewood è formalmente protetto dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites) che limita la quantità di piante da abbattere e esportare. Negli ultimi dieci anni, però, il traffico di questo particolare palissandro è aumentato notevolmente.
Il sistema viene gestito da una rete di funzionari governativi nella capitale maliana, Bamako. La destinazione principale è la Cina. « Il legno rosa è un tipo tradizionalmente e culturalmente molto apprezzato nel Paese asiatico – sottolinea Haibing Ma, esperto dell’organizzazione internazionale, Environmental investigation agency (EIA) –. Per questo motivo c’è una domanda quasi insaziabile».
IL RAPPORTO DELL’EIA
Secondo un recente rapporto della Eia, dal 2017 Pechino ha importato oltre mezzo milione di alberi di kosso maliano per un valore di circa 220 milioni di dollari. Un tempo il rosewood veniva abbattuto soprattutto nel sud-est asiatico. A causa del diboscamento eccessivo, nel 1998 le autorità furono costrette a imporre un “Programma nazionale cinese per la protezione delle foreste”. È così che alcuni cinesi legati al crimine organizzato hanno iniziato a prendere di mira l’Africa.
Grazie alla sua resistenza, compattezza e durezza, il legno rosa viene utilizzato per la fabbricazione di mobi-li, pavimenti, strumenti musicali e oggetti di vario genere, come i set per gli scacchi. Sebbene il Mali ne abbia vietato l’esportazione nel 2020, da allora sono state spedite in Cina oltre 150mila tonnellate di rosewood, pari a 220mila alberi. I trafficanti hanno infiltrato gli ultimi due governi maliani: quello del defunto presidente, Ibrahim Boubacar Keita (IBK), e quello attuale del colonnello golpista Assimi Goita.
I “facilitatori” occuperebbero paradossalmente ruoli anche all’interno di organismi come l’Onu e associazioni ambientaliste dedite a contrastarne il traffico. Inoltre, viene sfruttata l’opportunità di usare i tronchi per trafficare altre merci illegali come avorio, pelli di animali e droga. Il traffico di “tek africano” è stato persino denunciato dalla propaganda jihadista che si è proclamata come l’unica forza in grado di sconfiggerlo.
DOVE SI TROVA IL LEGNO ROSA
«Al momento le principali aree di approvvigionamento in Mali si trovano nel cosiddetto triangolo sudoccidentale delle tre ‘K’: Kayes, Kéniéba e Kita», spiega ad Avvenire una fonte che per motivi di sicurezza esige l’anonimato. «Un trafficante cinese si è installato alcuni anni fa a Bamako con la sua azienda e da allora – continua la fonte – sta facendo man bassa di rosewood utilizzando personale non-maliano». Raccogliere il kosso nelle più remote aree del Mali non è semplice. La foresta brulica di animali, corsi d’acqua e alberi di altro genere che vengono abbattuti per raggiungere il “tek africano”.
I residenti stanno cercando di fare resistenza, ma senza alcun concreto successo. Seghe, accette e altre armi bianche utilizzate per ammassare migliaia di tronchi al mese sono spesso utilizzate anche per minacciare le comunità. « Ho fatto l’errore di denunciare questo commercio illegale alle autorità maliane – ammette la fonte –. Da allora sono fuggito perché la mia vita e quella della mia famiglia sono, ancora oggi, in costante pericolo».
IL MONOPOLIO DELLE ESPORTAZIONI
Per anni il monopolio delle esportazioni verso la Cina è stato gestito dalla Générale Industrie du Bois S.a.r.l. (Gib) diretta da un uomo d’affari, Aboubacrine Sidick Cissé. Già nel 2016, la federazione maliana di imprenditori del legno aveva denunciato l’illegalità di tali operazioni. «Cissé, un semplice intermediario, continua a tagliare ed esportare legname maliano non trasformato a scapito dei veri imprenditori – aveva dichiarato Hambarké Yatassaye, membro della federazione –. Con milioni di franchi CFA, Cissé ha comprato il silenzio e i favori di molti responsabili del settore». Secondo lo studio dell’Eia, un trafficante cinese ha pagato in un anno 1,7 milioni di dollari di tangenti che la Gib ha poi distribuito a una ragnatela di contatti, precedenti e attuali.
Tra i più importanti collaboratori di Cissé c’era Karim Keita, ex deputato, figlio del defunto IBK e in esilio ad Abidjan. Nel 2021, è stato oggetto di un mandato d’arresto internazionale emesso dall’Interpol e dalle stesse autorità maliane. Nel dicembre del 2022, invece, l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del tesoro statunitense lo ha incluso tra le quaranta personalità sanzionate per atti di corruzione. Dopo il colpo di Stato nell’agosto del 2020 che ha messo fine all’amministrazione del padre, si sono comunque formate altre quattro società. Secondo gli esperti, il commercio illegale di rosewood è caratterizzato da una «corruzione profondamente radicata » che include l’uso di «permessi non validi per l’esportazione ».
Decine di funzionari pubblici che hanno ricevuto tangenti per ignorare il diboscamento e il traffico di legname occupano (o hanno occupato) a Bamako ruoli decisivi nell’esercito, nei servizi segreti, nel ministero dell’Ambiente, del Risanamento e dello Sviluppo sostenibile, e presso la Direzione nazionale delle acque e delle foreste. Altre tangenti vengono invece distribuite agli ufficiali delle amministrazioni locali, soprattutto nelle regioni dove il traffico di rosewood è più intenso.
I tronchi vengono inizialmente segati e immagazzinati nella foresta prima di essere accatastati dentro centinaia di container. Una lunga fila di camion carica quindi la merce e la trasporta verso altri magazzini fuori e dentro Bamako. Successivamente, i trafficanti cinesi con trapani fanno buchi all’interno dei tronchi e infilano zanne d’avorio, pelli di animali e droga. Quando tutto è pronto, i convogli tornano verso la regione di Kayes, oltrepassano il confine con il Senegal nella cittadina di Kidira distribuendo altre tangenti ai doganieri di entrambi i Paesi e, dopo alcuni giorni di viaggio, arrivano al porto della capitale senegalese, Dakar. Se tutto va bene, il tragitto può durare meno di una settimana.
Di recente solo due convogli di rosewood sono stati fermati dalla gendarmeria senegalese grazie all’intervento di alcune associazioni ambientaliste locali e straniere. Ma in entrambi i casi è bastato un giro di telefonate tra le più alte sfere della politica senegalese (durante l’amministrazione di Macky Sall) e maliana per permettere ai convogli di continuare il loro percorso.
LE DENUNCE DEGLI AMBIENTALISTI
Gli ambientalisti denunciano da anni di non avere abbastanza risorse per contrastare i trafficanti e sono coscienti della possibilità che all’interno delle proprie organizzazioni ci siano “impiegati-spia” pagati dallo stesso traffico che dovrebbero combattere. Arrivati al porto, le compagnie di navigazione come la danese Maersk, la francese CMA-CGM, e la Mediterranean Shipping Company (MSC) con sede in Svizzera ammettono da anni di non poter controllare ogni container che passa attraverso i loro moli. E così la merce lascia le rive di Dakar per la Cina. Nel caso del Mali, l’Onu afferma che potrebbe contrastare il traffico di rosewood solo se fosse legato ai finanziamenti di gruppi armati jihadisti poiché non ci sono più relazioni con la giunta militare al potere.
LEGNO ROSA, FONTE DI DENARO LIQUIDO
Il legno rosa rappresenta solo una delle fonti di denaro liquido sfruttate dai funzionari del momento che, senza alcuno sforzo, aspettano di essere pagati per guardare dall’altra parte e non ostacolare i trafficanti. « Il rosewood maliano è un tema troppo rischioso da affrontare per i miei connazionali – conclude la fonte –. I giornalisti locali che denunciano questa realtà finiscono in prigione o sottoterra».
fonte Avvenire https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-legno-pi-pregiato-rubato-allafrica-un-traffico-fatto-da-infiltrati-e-c#google_vignette
foto: EIA
“Da dove vieni?, Perché non prendono l’aereo invece di arrivare sui barconi?”. Sono solo alcune delle domande che sentono farsi molte persone Afro discendenti nate e cresciute in Italia.
Di parole, sguardi e voci delle migrazioni si parlerà nell’incontro del 3 giugno a Oristano dalle ore 17 alle ore 19 nella Sala Matrimoni del Comune di Oristano, dal titolo “Basta una parola, voci e racconti per un giornalismo decolonizzato”.
Con i saluti istituzionali di Marco Sechi, Regione Autonoma della Sardegna; introduce Paola Gaidano, Osvic; intervengono Veronica Fernandes, giornalista RaiNews 24, Saverio Tommasi, giornalista e content creator Fanpage.it. Modera Paola Barretta, portavoce dell’Associazione Carta di Roma.
La decisione della Giunta del Governo regionale del Friuli Venezia Giulia di richiedere un approfondimento all’Ufficio scolastico regionale riguardo l’incontro programmato presso l’Istituto Italo Svevo di Trieste sul tema delle migrazioni, incontro che prevedeva la partecipazione di un rappresentante dell’ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà e la testimonianza di una persona migrante desta sconcerto e preoccupazione. Tale intervento, infatti, come riportato nella nota della Giunta regionale, ha avuto quale conseguenza l’annullamento dell’incontro da parte della scuola stessa.
Tale incontro prevedeva l’ascolto diretto di testimonianze presentate da chi è coinvolto in prima persona nei percorsi migratori e contemplava la possibilità di fornire dati, esperienze e resoconti di esperti sulle migrazioni e di razzismo; occasioni che certamente rappresentano opportunità educative che favoriscono la crescita civile collettiva. Questi incontri, analoghi a quelli su temi di grande attualità come le questioni ambientali, offrono strumenti per comprendere le discriminazioni, le loro forme e l’impatto dei social media sulla costruzione del pensiero collettivo, soprattutto per i più giovani.
Anche le associazioni, parte attiva e strutturale della nostra società democratica, sono chiamate a partecipare anche alle attività scolastiche per informare e condividere i valori costituzionali che guidano la nostra comunità.
Pertanto crediamo che la politica non debba e non possa voler orientare le scelte educative e formative delle scuole così come la loro realizzazione e che tale atto sia lesivo della libertà di espressione e di insegnamento.
Educare i giovani alla libertà di pensiero li rende capaci di analizzare criticamente la realtà, prendere decisioni informate e innovare. Allo stesso tempo, sviluppare il senso civico promuove valori come il rispetto, la solidarietà e la partecipazione attiva nella comunità, elementi essenziali per una società democratica e inclusiva. Questi aspetti contribuiscono a creare una generazione di individui che non solo comprendono i propri diritti e doveri, ma sono anche pronti a impegnarsi per il bene comune.
Hanno aderito: Amnesty International, Amref Health Africa, Arci, Articolo21, Associazione Culturale Tina Modotti, Associazione per gli studi giuridici sull’Immigrazione, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiane, Cemea Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva, Centro Culturale Veritas, Associazione Diritti e Storti, Cir Onlus Consiglio Italiano per i Rifugiati, Centro Astalli, Centro Balducci, Cittadini del Mondo di Ferrara, Commissione Migrantes Provincia Comboniana, Cospe, Educare alle Differenze, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Lunaria, Rete DASI, Uisp Sport per tutti, UsigRai.
Per adesioni: info@cartadiroma.org
Martedì mattina il Consiglio dell’Unione Europea, l’organo in cui siedono i rappresentanti dei governi dei 27 paesi membri, ha approvato in via definitiva il Nuovo Patto su migrazione e asilo, un importante insieme di riforme pensate per modificare in parte il cosiddetto “regolamento di Dublino”, la principale norma europea che regola la gestione di migranti e richiedenti asilo. La riforma era stata già approvata ad aprile dal Parlamento Europeo, ma perché entrasse ufficialmente in vigore mancava ancora il voto del Consiglio.
È la più importante ed estesa riforma degli ultimi anni in materia di immigrazione nell’Unione Europea, ed è frutto di un lungo negoziato durato quattro anni, su cui lo stesso Parlamento e i governi dell’Unione avevano trovato un accordo di massimalo scorso dicembre. La riforma è stata approvata dal Consiglio con i soli voti contrari dei rappresentanti di Ungheria e Polonia. Ora i paesi membri hanno due anni di tempo per implementare le regole previste dalla riforma nel proprio ordinamento giuridico.
In sintesi, il patto prevede norme sull’accoglienza più severe soprattutto per le persone migranti che arrivano in Europa dai paesi considerati “sicuri” (“sicuri” secondo criteri piuttosto controversi, stabiliti dagli stessi paesi d’accoglienza): sono le persone che già oggi hanno meno possibilità che la loro richiesta di protezione internazionale sia approvata. Il nuovo patto prevede misure che renderanno più facile espellerle e rimandarle nei loro paesi d’origine.
Il testo introduce anche un meccanismo limitato di trasferimento dei richiedenti asilo dai paesi di arrivo (quindi principalmente i paesi dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia) a quelli interni. La riforma prevede che quando un paese dichiarerà di essere “sotto pressione” gli altri stati membri dovranno scegliere se accettare un certo numero di migranti, pagare una quota a un fondo comune dell’Unione Europea oppure fornire supporto operativo, inviando al paese personale o fornendo attrezzature tecniche.
Cos’è il regolamento di DublinoNegli ultimi anni il regolamento di Dublino era stato al centro di numerose controversie tra paesi europei: è una norma in vigore dal 1997, secondo cui il primo paese in cui una persona migrante arriva è anche quello che si occupa di esaminare la sua richiesta di asilo e dell’accoglienza. La maggior parte dei governi concordava sulla necessità di cambiare le regole, ma per anni non erano riusciti ad accordarsi sul modo in cui farlo.
Per esempio paesi come Italia e Grecia, cioè i principali stati d’ingresso dei richiedenti asilo che arrivano in Europa via mare, chiedevano da tempo l’eliminazione della regola che li rendeva i soli responsabili della registrazione dei migranti all’arrivo, o almeno l’introduzione di meccanismi obbligatori di “redistribuzione” delle persone migranti, di modo da non doversi occupare di tutte le richieste di protezione internazionale. Altri paesi, come quelli dell’Europa orientale, molto più ostili all’immigrazione, si opponevano invece a qualsiasi meccanismo che costringesse loro ad accogliere più persone migranti.
Come cambieràIl Nuovo Patto si basa su dieci leggi, fra cui le principali sono le seguenti. Il Patto introduce una modifica piuttosto importante nei percorsi di richiesta di asilo, stabilendone due possibili e rendendo più veloce il percorso di espulsione: la procedura tradizionale, che di solito richiede diversi mesi per essere completata, o una procedura accelerata che avviene alla frontiera e che dovrebbe durare al massimo 12 settimane, durante le quali le persone migranti dovrebbero essere tenute in strutture apposite.
I richiedenti asilo non possono scegliere quale dei due percorsi seguire, ma vengono divisi in base al loro profilo, stilato attraverso un nuovo e uniforme regolamento di screening: il testo prevede che questa “procedura di frontiera” venga usata principalmente per i richiedenti asilo che per qualche motivo vengono considerati un “pericolo” per i paesi dell’Unione, per coloro che provengono dai paesi considerati “sicuri” e per chi proviene da paesi che, anche per altri motivi, hanno un tasso molto basso (sotto il 20 per cento) di domande d’asilo accolte.
Se la loro richiesta verrà rifiutata, come è molto probabile in questi casi, i migranti dovranno essere espulsi verso il loro paese d’origine o un cosiddetto “paese terzo”, fra cui ci sono anche quelli da cui spesso partono per raggiungere i paesi europei: Tunisia, Libia, Turchia.
Diverse organizzazioni non governative che si occupano di diritti delle persone migranti hanno criticato la riforma anche perché durante le 12 settimane i richiedenti asilo saranno considerati legalmente non presenti sul territorio dell’Unione, nonostante fisicamente lo siano, e questo potrebbe aumentare ulteriormente il rischio che venga loro negato l’accesso a diritti e servizi. In più, valutare una richiesta d’asilo è un procedimento difficile e complesso e che difficilmente può essere completato in maniera accurata in così poco tempo.
Come funzionerà il meccanismo di solidarietàLa seconda importante riforma contenuta nel Patto riguarda l’istituzione del meccanismo di solidarietà “obbligatoria” fra i paesi di arrivo e i paesi interni dell’Unione. In alcuni particolari casi questi ultimi dovranno infatti decidere se accettare un certo numero di persone migranti, fornire assistenza operativa al paese di arrivo che si trova in difficoltà o versare 20mila euro per ogni richiedente che si rifiutano di accogliere in un fondo comune dell’Unione Europea.
I soldi versati in questo fondo non verranno solo redistribuiti fra i paesi di frontiera, più esposti ai flussi migratori, ma potranno essere utilizzati per finanziare «azioni nei paesi terzi o in relazione ad essi che hanno un impatto diretto sui flussi migratori verso l’UE», ossia paesi, come la Libia, da cui i migranti partono per raggiungere l’Europa. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha stretto o promosso accordi con questi paesi in modo che le autorità locali li trattengano con la forza sul proprio territorio, molto spesso in condizioni disumane.
I paesi che si rifiuteranno di accogliere richiedenti asilo o versare dei contributi potrebbero incorrere in una procedura di infrazione, uno strumento molto comune usato dalla Commissione Europea, l’organo che nell’Unione Europea detiene il potere esecutivo, per far rispettare le regole agli stati membri.
Fonte: Il Post https://www.ilpost.it/2024/05/14/nuovo-patto-migrazione-asilo-unione-europea-approvato/
La classifica annuale Reporters sans Frontières (RSF) vede peggioramenti importanti nei Balcani e in tutta l’Europa orientale, ma non solo. “Nonostante l’Unione Europea abbia adottato la sua prima legge sulla libertà dei media, l’EMFA, e il fatto che tre Paesi europei – Norvegia, Danimarca e Svezia – siano ancora in cima alla classifica, i politici [europei, nda.] cercano di ridurre lo spazio per il giornalismo indipendente”, scrive RSF.
Il riferimento è in primo luogo al primo ministro ungherese Viktor Orban e al suo omologo slovacco Robert Fico, ma non si tratta di casi isolati. All’interno dell’Ue, “la libertà di stampa è messa a dura prova dai partiti al governo in Ungheria (67a), Malta (73a) e Grecia (88a), i tre Paesi dell’UE con la peggiore classifica”, sostiene l’organizzazione internazionale basata a Parigi, che chiosa: “anche l’Italia di Giorgia Meloni (46a) è scesa di tre posizioni”.
Se la Slovenia avanza di otto posizioni ed è ora 42a, la Croazia, ultimo stato membro ad aver integrato l’Unione europea, è invece peggiorata. Il paese scende di sei posizioni ed è ora 48° nella lista. Pesano gli attacchi sempre più aperti e nervosi del Primo ministro uscente Andrej Plenković ai giornalisti e alle diverse testate, ma anche gli emendamenti al codice penale che criminalizzano la “pubblicazione non autorizzata di materiale giudiziario”.
Proprio ieri, il premier ha attaccato ancora una volta il portale Telegram, colpevole di aver rivelato l’uso indebito di fondi europei destinati alla ricostruzione dopo i terremoti del 2020 (ne abbiamo scritto in questo articolo).
Sprofonda di 17 posizioni la Bosnia Erzegovina (ora 81a), alle prese con la retorica ostile e denigratoria dei politici, dei nuovi provvedimenti legislativi restrittivi e le difficoltà esistenziali del servizio pubblico.
Peggiorano la Serbia (-7, oggi 98a) e l’Albania (-3, ora 99a), così come il Kosovo (75°) che scende di ben 19 posizioni (è il più grande arretramento nell’area).
I motivi sono al tempo stesso simili ed unici ad ogni paese.
A Tirana il Primo ministro Edi Rama si è spinto qualche settimana fa fino a dare una manata in faccia ad una giornalista durante una conferenza stampa (ne abbiamo scritto qui), l’apice di un comportamento largamente diffuso tra i politici, mentre il governo continua ad estendere il suo controllo diretto sulla stampa locale.
In Serbia quest’anno ha segnato l’assoluzione degli agenti di sicurezza accusati dell’omicidio, 25 anni fa, del giornalista serbo Slavko Ćuruvija, ma non sono mancante di recente minacce e attacchi contro i giornalisti a Novi Sad, in un contesto di insicurezza per i reporter e di impunità per chi li attacca. Qui il nostro comunicato al riguardo assieme ad i partner di Media Freedom Rapid Response (MFRR) e la rete SafeJournalists.
In Kosovo è la nuova proposta di legge sui media indipendenti a preoccupare gli osservatori internazionali. “Riteniamo che l’iniziativa legislativa dell’Ufficio del Primo ministro di controllare i media online attraverso un sistema di licenze sia l’ultimo attacco al diritto alla libertà e al pluralismo dei media in Kosovo – scrive ad esempio il Centro europeo per la libertà di stampa e dei media (ECPMF) – l’apparato statale può essere facilmente utilizzato contro qualsiasi media online sotto la minaccia di multe salate, fino a 40.000 euro, che potrebbero rappresentare una seria minaccia esistenziale per qualsiasi mezzo di comunicazione online operante in Kosovo”.
Le poche buone notizie nell’area arrivano dalla Bulgaria (+12 al 59° posto), dove il contesto politico per il giornalismo è migliorato “grazie ad un nuovo governo più attento al diritto all’informazione”, sostiene RSF. La situazione è invece rimasta tutto sommato stabile in Montenegro (40°) e in Macedonia del Nord (36a). La Turchia (158a), infine, “continua a imprigionare i giornalisti e a minare i media attraverso la censura online e il controllo del sistema giudiziario”.
La situazione è complessivamente peggiorata (anche) in Europa orientale e in Asia centrale, ci dice il rapporto di Reporters sans frontières, secondo cui i media dell’area “sono sempre più spesso utilizzati come cinghia di trasmissione per campagne di disinformazione”.
“Lo Stato russo (162°) – si legge nel rapporto – ha proseguito la sua crociata contro il giornalismo indipendente, mentre più di 1.500 giornalisti sono fuggiti all’estero dopo l’invasione dell’Ucraina”. La Russia sale di due posti nella classifica mondiale della libertà di stampa, ma questo è semplicemente “dovuto al calo di altri Paesi”. Il che la dice lunga sulla situazione globale della libertà di stampa.
A sfidare la Russia per la posizione più bassa nella classifica nella regione sono “la Bielorussia (167a), il cui governo perseguita i giornalisti con il pretesto di combattere l’“estremismo”, e il Turkmenistan (175°), il cui presidente ha poteri illimitati e proibisce qualsiasi tipo di informazione indipendente”.
Scende di ben 25 posizioni anche la Georgia (103a), dove “il partito al governo continua a polarizzare la società, coltivando un avvicinamento a Mosca e conducendo una politica sempre più ostile alla libertà di stampa” e non va meglio in Azerbaijan (164°) dove sono peggiorati “tutti gli indicatori, in particolare quello politico, dopo il giro di vite sui media prima delle elezioni presidenziali”.
Infine, il comunicato di RSF si conclude con una nota positiva, riguardante “il salto di 18 posizioni dell’Ucraina (61a), dovuto ai miglioramenti sia dell’indicatore di sicurezza – meno giornalisti uccisi – sia di quello politico”. “Sebbene lo Stato di diritto non sia stato applicato all’intero Paese dopo l’invasione russa, il che ha impedito alle autorità ucraine di garantire la libertà di stampa nei territori occupati, le interferenze politiche nell’Ucraina libera sono diminuite – scrive l’organizzazione internazionale – questo tipo di pressione è limitata dal fatto che i media la denunciano”.
Fonte: https://www.balcanicaucaso.org/aree/Europa/RSF-liberta-di-stampa-a-dura-prova-231246 di Giovanni Vale
Mentre esce il Rapporto del Centro Astalli, il mondo è attraversato da una gravissima crisi internazionale che mette in discussione la visione del futuro. Il 2023 è stato un anno caratterizzato da sfide globali senza precedenti: tensioni geopolitiche, conflitti che hanno scosso diverse regioni in tutto il mondo, mentre politiche migratorie, restrittive, di chiusura – se non addirittura discriminatorie -, acuiscono precarietà, esclusione e marginalità delle persone migranti. Alto è il prezzo che stanno pagando i rifugiati anche in Italia per la mancanza di investimenti in protezione, accoglienza e inclusione: aumento delle vulnerabilità fisiche, sanitarie e psicologiche a seguito di viaggi sempre più lunghi e difficili, in mano ai trafficanti, in assenza di vie alternative legali di ingresso; ostacoli burocratici per l’accesso alla richiesta di protezione; un ridotto numero di posti in accoglienza; tagli ai costi dei servizi di inclusione; mancanza di opportunità abitative autonome e conseguente impossibilità a immaginare un futuro; marginalizzazione: sono solo alcune delle criticità che emergono dalla lettura del Rapporto annuale 2024 del Centro Astalli.
Aumentano marginalità e disuguaglianze: la precarietà delle persone rifugiate è la vera emergenza.
In tutti i servizi del Centro Astalli si sono fatti sentire forte gli effetti dell’inflazione e delle decretazioni d’urgenza emanate dal Governo in materia di immigrazione, che hanno fatto salire esponenzialmente i numeri delle richieste di aiuto per tutto l’arco dell’anno appena trascorso.
Sono sempre di più i rifugiati e i richiedenti asilo che vivono in strada, hanno sistemazioni precarie sul territorio di Roma (e non solo) e necessitano di un accompagnamento strutturato. Numerose anche le difficoltà manifestate da singoli e nuclei monoparentali nel far fronte al rincaro delle materie prime. Azioni di contrasto a situazioni di marginalità si dimostrano particolarmente urgenti nel caso di donne sole con figli (in aumento del 40%), in cui la madre detiene in modo esclusivo le responsabilità di accudimento e mantenimento, per cui è stato necessario, presso il servizio di orientamento e accompagnamento sociale, realizzare attività specifiche tese all’attivazione della rete istituzionale di riferimento, con i servizi socio- sanitari e le istituzioni scolastiche.
Gli accessi ai servizi di prima accoglienza (mense, docce, distribuzione vestiario, ambulatori) sono alti in tutti i territori. Più di 2.600 utenti hanno usufruito della mensa di Roma che ha distribuito oltre 67mila pasti (erano stati poco più di 46mila nel 2022, con un aumento del 45%): tra loro il 28% (1 persona su 3) è richiedente asilo. È aumentata la presenza di donne migranti, incremento dovuto al gran numero di ucraine, titolari di protezione temporanea, che dall’inizio del conflitto e per molto tempo a seguire non hanno avuto la necessità di rivolgersi a servizi di bassa soglia – probabilmente grazie alla campagna mediatica a loro sostegno -, ma anche di cittadini peruviani, colombiani e venezuelani, in fuga dai loro Paesi a causa di situazioni di violenza generalizzata e di insicurezza sociale.
A Palermo i volontari riscontrano un aumento della povertà assoluta: sono infatti raddoppiati gli accessi ai servizi di prima accoglienza offerti dall’Associazione.
A Trento, è stato potenziato il servizio dei dormitori notturni dove si è riusciti a dare accoglienza a 177 richiedenti asilo senza dimora.
Aumentano marginalità, disuguaglianze ma anche le complessità delle situazioni di cui le persone migranti sono portatrici.
I processi di semplificazione in atto nel tentativo di contenere le migrazioni, non solo sono destinati a fallire nel tempo, ma rendono gli spostamenti e i viaggi dei migranti ancora più mortali e difficili.
Sono 8.541 le persone che hanno perso la vita lungo le rotte migratorie di tutto il mondo nel corso del 2023, anno in cui sono stati registrati più morti in assoluto: 3.105 le persone morte e disperse nel mar Mediterraneo, più di 29mila in totale le vittime dal 2014 (dati OIM).
Le risposte politiche a queste tragedie hanno visto l’inasprimento del contrasto all’attività delle navi umanitarie, la realizzazione di accordi economici per dissuadere gli arrivi, aumentare i rimpatri e cooperare con regimi antidemocratici; l’emanazione di regole di accesso più rigide per i richiedenti asilo in Europa, compresi i minori, mettendo una seria ipoteca sul rispetto dei diritti di persone già duramente provate da situazioni caratterizzate da persecuzioni e violenze subite nei Paesi di origine e in quelli di transito. Strategia onerosa quella dell’esternalizzazione delle frontiere, unita alla pratica dei respingimenti e delle espulsioni illegali, con metodi brutali e coercitivi lungo le rotte europee, con la conseguenza che centinaia di migliaia di persone rimangono imprigionate in terre di mezzo, e vedono aumentare il carico dei traumi a cui sono sottoposti.
Lo stato generale di fragilità trova riscontro nelle quasi 10mila visite mediche, di base e specialistiche svolte presso il SaMiFo (+15% a fronte di un’utenza aumentata solo dell’1,6%). Oltre alla vulnerabilità evidente per persone portatrici di condizioni oggettive (anziani, minori, donne in gravidanza ecc.) o di diagnosi già acclarate, esiste nel mondo dei rifugiati una vulnerabilità più nascosta, spesso legata ai traumi vissuti e non ancora elaborati che per emergere e cominciare una cura ha bisogno di tempo, attenzione e di un’accoglienza dentro luoghi idonei. Pensare di riservare un’accoglienza (sia in termini di alloggio che di documenti) ai soli soggetti vulnerabili, significa scegliere di contribuire ad accrescere il numero delle persone vulnerabili.
L’accoglienza mancata: un duro colpo ai percorsi di integrazione dei migranti forzati
Dal 2017 al 2022, parallelamente alla diminuzione del numero degli sbarchi, il sistema di accoglienza dei titolari di protezione internazionale (vedi SAI) è stato progressivamente contratto, stravolto e svilito, lasciando fuori dalla sua competenza anche i richiedenti asilo. Negli anni si è rafforzato il ruolo dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) e anche in questo caso, a livello politico, ci si è più volte espressi per un’ampia distribuzione degli ospiti in piccole strutture, per poi al contrario favorire grandi concentrazioni di persone e il taglio di molti servizi di inclusione. Tutto questo ha reso più difficoltosa l’emersione e la cura tempestiva delle vulnerabilità e, non a caso nei centri gestiti dal Centro Astalli in convenzione con il SAI, ma anche negli alloggi di semi-autonomia messi a disposizione da Congregazioni religiose, si registra un elevato numero di persone sempre più vulnerabili. Su un totale di 235 persone accolte dal Centro Astalli a Roma, 1 persona su 6 è stata vittima di tortura e violenza, e 1 persona su 5 ha una vulnerabilità sanitaria.
L’accoglienza da diritto sta diventando una concessione, e spesso intesa come luogo di confinamento più che occasione per ricominciare un’esistenza progettuale. Un sistema di accoglienza pubblico che si frammenta e rimanda le opportunità di inclusione a una “seconda fase” accessibile a pochi è lesivo di percorsi di accoglienza e integrazione. Se guardiamo al quadro d’insieme del 2023 dal globale al locale, la questione migratoria non viene certamente affrontata dal punto di vista delle persone che si mettono in viaggio.
La trasformazione del sistema di accoglienza in Italia ha inferto un duro colpo a quell’accoglienza diffusa che ha caratterizzato negli ultimi anni l’impegno di molte realtà a servizio dei migranti forzati.
Le realtà della Rete territoriale del Centro Astalli nel 2023 hanno accolto complessivamente 1.177 persone, secondo un modello di intervento che mette al centro la promozione della persona e che costruisce integrazione dal primo giorno.
Il tramonto del diritto di asilo: se la burocrazia diventa un’arma di discriminazione
Con il passare degli anni l’iter burocratico che affrontano i migranti forzati per il rilascio del permesso di soggiorno sta diventando sempre più lungo e farraginoso. Vite instabili si scontrano con i cambiamenti delle normative e delle prassi dei singoli uffici, che rendono ogni questione burocratica un potenziale labirinto senza uscita. Ad attese lunghe, anche dodici mesi per il rilascio di un documento temporaneo, idoneo ad esempio all’accesso a servizi pubblici e alla ricerca di lavoro, si sommano gli ostacoli amministrativi che ne derivano, come l’impossibilità dell’ottenimento dello SPID, dell’apertura di conti bancari, dell’attivazione di tirocini e contratti lavorativi.
Nel 2023 il Centro Astalli, grazie al sostegno dell’Elemosineria Vaticana, ha erogato contributi per il pagamento delle tasse necessarie al rilascio del permesso di soggiorno e titolo di viaggio per 463 rifugiati, perlopiù nuclei familiari originari dell’Afghanistan. Nel momento in cui le persone iniziano, con difficoltà, il loro percorso in Italia viene loro chiesto un pagamento non irrilevante.
Più soli, invisibili, marginalizzati, spaesati, numerosi sono stati i cittadini stranieri che si sono rivolti agli sportelli del servizio legale con permesso di soggiorno per Protezione speciale in scadenza.
Se pensiamo che in passato questa forma di protezione veniva concessa dalle Commissioni Territoriali allo scopo di “sanare” diversi tipi di situazioni, ci rendiamo facilmente conto delle conseguenze negative che le decisioni politiche prese avranno su molte persone.
→ Cfr. Prendersi cura (dati Accettazione, Servizio di orientamento legale), Inclusione sociale (dati Servizio di orientamento e accompagnamento sociale, Sportello di orientamento e ricerca lavoro), Progetti realizzati nel 2023
(Costruire la città futura con i rifugiati, AIDR), Rete territoriale
L’inclusione sociale dei rifugiati rappresenta un’opportunità di crescita per l’intera società
Promuovere l’integrazione dei rifugiati significa assumerne la corresponsabilità, mettendosi al fianco dei migranti, accogliendo e valorizzando le loro necessità e aspirazioni. I progetti realizzati sono stati in buona parte centrati sul potenziamento dei servizi e delle attività finalizzate a questo obiettivo. In molti casi, per rispondere a richieste di supporto di primaria importanza, quali la povertà alimentare, la sicurezza abitativa e l’accesso alle cure mediche, si è reso utile erogare contributi messi a disposizione grazie a progetti finanziati da enti pubblici e privati.
La lingua è un elemento indispensabile perché garantisce accesso all’istruzione, alla formazione professionale, al lavoro e alla socialità, essenziali nella costruzione del percorso verso l’autonomia e di una dimensione concreta di cittadinanza. In tutti i territori della Rete, è stato rafforzato il servizio della scuola di italiano, con un’attenzione particolare per i più piccoli per i quali sono stati attivati numerosi doposcuola.
Da sempre l’educazione è priorità caratterizzante l’azione dei gesuiti in favore dei rifugiati in tutto il mondo.
Garantire loro l’accesso e il diritto allo studio significa offrire un futuro diverso a molti giovani che spesso hanno conosciuto solo guerra, violenza e distruzione nella loro vita, per metterli nelle condizioni di investire con creatività sul proprio futuro.
Nel corso dell’anno il servizio di accompagnamento all’autonomia a Roma ha sostenuto 659 persone.
Diverse le possibilità di inserimento lavorativo, in particolare per i giovani tra i 18 e i 29 anni, ma spesso con contratti di breve durata, fenomeno che ha inciso negativamente sulla possibilità per i migranti di emanciparsi da una progressiva precarizzazione.
Promuovere l’autonomia delle persone rifugiate significa abbattere le barriere che si frappongono a un’integrazione piena e autonoma, per questo nel corso dell’anno sono state realizzate attività volte a favorire anche la loro inclusione finanziaria ed è proseguita l’attività di contrasto al digital divide con lo scopo di garantire l’accesso di rifugiati e richiedenti asilo ai servizi della Pubblica Amministrazione.
→ Cfr. Inclusione sociale (dati. Servizio di orientamento e accompagnamento sociale, Sportello lavoro e
accompagnamento all’autonomia), Progetti realizzati nel 2023 (Dot2Dot, Interculturazione, Stand together, Comunità
resilienti, Interconnessioni), Rete territoriale.
Oltre l’accoglienza: migranti e diritto all’abitare
Il diritto all’abitare rimane ancora per molti migranti forzati una chimera. I percorsi abitativi di chi esce dal sistema di accoglienza risultano sempre più ardui, spesso aggravati dall’assenza di reti di comunità solide sul territorio e dallo stigma criminalizzante che li accompagna nel discorso pubblico. In questo contesto, l’affitto breve a fini turistici, specialmente nelle grandi città, negli ultimi anni ha rappresentato un potenziale elemento di aggravamento del disagio abitativo delle fasce di popolazione più deboli.
Il mancato accesso al mercato della casa, insieme all’evidente insufficienza di percorsi di accompagnamento in uscita dall’accoglienza, finisce dunque per costringere le persone a situazioni di disagio abitativo estremo, quali la convivenza forzata o la vita per strada. Nel 2023, la Rete territoriale del Centro Astalli ha affrontato le sfide derivanti dall’inflazione e dalla conseguente marginalità economica e sociale che colpisce le persone richiedenti asilo e rifugiate cercando di favorire il raggiungimento di una stabilità lavorativa e abitativa e in generale degli strumenti (non solo economici) per orientarsi nel mercato della casa.
→ Cfr. Accoglienza, Inclusione sociale (dati: Servizio di orientamento e accompagnamento sociale), Progetti realizzati
nel 2023 (Home Sweet Home), Rete territoriale
Investiamo nel patrimonio sociale delle nostre comunità
La società italiana è una società multiculturale nella quale, tuttavia, oggi non assistiamo al moltiplicarsi di processi di coesione, scambio e incontro. Crediamo sia importante investire nel patrimonio sociale delle nostre comunità, valorizzando le diversità che le possono rendere più ricche e forti. In tutte le realtà della Rete territoriale del Centro Astalli si costruiscono ogni giorno spazi di cittadinanza e giustizia, cercando soluzioni che vengano incontro alle esigenze dei rifugiati e della società che li accoglie.
Nei progetti di sensibilizzazione sul diritto di asilo e sul dialogo interreligioso, realizzati in più di 200 istituti scolastici di 19 città italiane, sono stati coinvolti 31.441 studenti. Un numero che incoraggia e motiva nella costruzione di comunità in cui giovani italiani e migranti siano insieme protagonisti.
Siamo sostenuti in questo impegno dalla collaborazione convinta ed indispensabile di 737 volontari: italiani, stranieri, o seconde e terze generazioni di migranti in Italia e anche rifugiati, che desiderano impegnarsi per una società più aperta e più giusta.
→ Cfr. Attività culturali, Campagne e advocacy, Progetti realizzati nel 2023 (Nuove storia, One class, one world, Percorsi)
Progetti per le scuole, Volontariato, Rapporti con i media, Rapporti internazionali, Rete territoriale.
Il Centro Astalli in cifre
Utenti 2023: 22.000, di cui 11.000 a Roma
Volontari: 737
Enti della Rete Territoriale del Centro Astalli: 8
Pasti distribuiti presso la mensa di Via degli Astalli: 67.231
Persone ospitate in strutture d’accoglienza: 1.177
Studenti incontrati nell’ambito dei progetti Finestre e Incontri: 31.441
“Cercheremo di capire cosa può essere fatto per migliorare la qualità dell’informazione in relazione a queste tematiche.”
Paola Barretta, portavoce dell’associazione Carta di Roma, inaugura l’evento “Parole oltre il ghetto. Tra stigma e invisibilità: Rom e Sinti nel racconto mediatico” in collaborazione con Fondazione Diritti Umani, Ordine dei giornalisti e Ufficio Nazionale antidiscriminazioni Razziali.
“Se da un lato parole e linguaggio possono essere veicolo di conoscenza, perché noi dobbiamo conoscere il contributo alle nostre società che hanno dato rom e sinti, dall’altro hanno anche un effetto moltiplicatore nel consolidare stereotipi e pregiudizi.”
Agnese Canevari, Dirigente Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, racconta che secondo un’indagine il 50% delle persone percepisce le comunità rom e sinte come straniere e come un pericolo, solo il 25% conosce il termine antiziganismo. La gran parte degli intervistati ammette che c’è un grosso pregiudizio nei loro confronti. L’informazione a riguardo avviene soprattutto attraverso i media.
“L’8 aprile 1971 si tenne il primo congresso mondiale dei rom. La guerra era finita da poco, stavano ancora sterilizzando le donne rom in alcuni Paesi. E i nostri padri fondatori di una nazione che non ha confini hanno detto: ‘noi rivendichiamo il nostro diritto all’auto-rappresentazione, alla nostra rappresentazione. Pretendiamo di dire ‘noi chi siamo’. Il primo passo è la partecipazione politica, il potere di potere dire chi siamo. Si parla del diritto di un popolo transnazionale di partecipare alla vita pubblica dei luoghi in cui vive. Ma ancora questo viene impedito.”
Dijana Pavlovic, portavoce del movimento Kethane Rom e Sinti in Italia, parla dell’importanza della partecipazione di rom e sinti alla vita pubblica dei Paesi in cui abitano e del riappropriarsi della propria narrazione, della propria storia.
“Il problema è che queste rappresentazioni e manifestazioni d’odio molte persone finiscono con il negare la propria identità, condannandosi a vivere nell’invisibilità. Secondo me bisogna soffermarsi su come rom e sinti vengono rappresentati dai media, sul fatto che vengono associati solo a situazioni negative.”
Eva Rizzin, dell’Università degli studi di Firenze, Dipartimento di Formazione, Lingue, Intercultura, Letterature e Psicologia, esperta in analisi delle discriminazioni inizia da una storia di discriminazione per parlare della rappresentazione mediatica di comunità rom e sinte, portando esempi concreti di generalizzazione e approssimazione.
“Rom e sinti emergono nella rappresentazione mediatica spesso come un problema sociale. Tutto questo avviene in un clima di totale normalità, assuefazione e indifferenza. Sono parole che non creano dolore e disagio, ma lo creano nelle persone rom e sinti. E il discorso d’odio può portare anche a episodi di violenza”.
“Le persone rom e sinti spesso scoprono la loro appartenenza in maniera negativa proprio a scuola. È successo a mio figlio nel 2020, il 27 gennaio. Io ero al Nelson Mandela forum a parlare a migliaia di studenti delle persecuzioni subite dalla mia famiglia assieme ai sopravvissuti della Shoah. Lo stesso giorno sono tornata a casa e ho scoperto che a scuola, in un esercizio fatto in classe, la maestra aveva chiesto agli studenti di scrivere la “z” di “zingaro”. Mio figlio si è opposto, ed è iniziato un dibattito in classe, lui è tornato a casa sconvolto. Il giorno dopo le maestre ci hanno chiesto scusa. Ma spesso i bambini che vivono in condizioni di emarginazione non riescono a farsi sentire.”
“L’antiziganismo ha una particolarità: è difficile da vedere, è completamente sconnesso dal percorso storico. E penso che al di là del problema del razzismo e del pregiudizio ci sia un grande problema di conoscenza, il primo strumento di decostruzione di stereotipi e pregiudizi. Di rom e sinti non si sa nulla se non una visione carica di stereotipi”.
“Quello che sappiamo con certezza è che rom e sinti in Italia sono pochi, per oltre la metà italiani, per oltre la metà minorenni, la stragrande maggioranza vive in casa, solo una minoranza vive in altre forme abitative. Ma non è questa l’immagine che spesso raccontiamo e che leggiamo”.
Stefano Pasta, giornalista e docente racconta il paradosso della visibilità e quello della devisibilità, in cui un gruppo target viene reso visibile in modo tale da essere comunque non visto per ciò che in realtà è.
“La visibilità di rom e sinti in questo sistema mediatico non permette la reciprocità e mutualità degli sguardi, non è sociale, non tiene conto dell’arricchimento dell’esperienza, non permette un processo di riconoscimento, li rende ingabbiati in una cultura pressoché immutabile. Non c’è occasione di confronto, di creazione di punti di contatto.”
Questo paradosso della devisibilità fa parte di una forma definita di “ignoranza organizzata”, che non è casuale, perché deriva da un racconto uniforme che nega il meticciato e tende a deumanizzare.
La piramide dell’odio ci dice che tutte le discriminazioni più forti, concretizzate in fatti acuti, si collocano come esito di un processo fatto di fasce di diverse intensità.
“Sinti e rom sono un pezzo della storia italiana da almeno cinque secoli. Una storia marginale perchè reclusi dentro certi spazi. Spazi che spesso si riducono a casi di cronaca nera. Io vorrei dimostrare che possiamo contrastare questa narrazione partendo da testimonianze e creatività”. Danilo De Blasio, giornalista e Direttore della Fondazione dei Diritti Umani racconta il ruolo che può avere un podcast nel cambio di narrazione facendo ascoltare una parte dell’audio documentario “Porrajamos”. “A novembre 2009 in via Rubattino a Molano hanno sgomberato un campo dove vivevano delle persone che avevano trovato uno spazio nello scheletro di una vecchia fabbrica. Quello che volevo raccontare è che c’è stata una grande reazione di solidarietà”.
Roberto Bortone, dell’Ufficio Antidiscriminazioni razziali conclude il convegno “Parole oltre il ghetto” con alcune considerazioni: “Oggi non siamo più nel periodo di propaganda attiva, ma in una fase più tranquilla in cui si parla meno di rom e sinti, ma la pre-propaganda è sempre lì, i meccanismi sono sempre in agguato. La sfida è uscire dalla nostra bolla. Ci sono delle cose che non ci vogliamo dire. Ad esempio che tutto il tema delle contro storie che avete raccontato oggi assumono tratti diversi rispetto ad anni fa. Noi abbiamo vissuto un periodo storico in cui la propaganda anti rom era fortissima e serviva a compiere degli atti, in quel caso violenti. Dopo la strategia europea sono cambiate tante cose, tra cui il discorso mediatico. Ci sono tante sfide comunicative che riguardano tutti. Dobbiamo continuare con creatività e resistenza”.
E’ stata allestita il 5 marzo la mostra “La memoria degli oggetti. Lampedusa, 3 ottobre 2013. Dieci anni dopo”, all’Eremo di Santa Caterina del Sasso, visitabile fino a martedì 9 aprile. Era già stata esposta a Milano presso il Memoriale della Shoah dal 27 settembre al 31 ottobre 2023. Nata da un’idea di Valerio Cataldi, giornalista Rai che da anni si occupa di immigrazione, e di Giulia Tornari, Presidente di Zona. Realizzata grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, è un progetto di Carta di Roma e Zona, curato da Paola Barretta, Imma Carpiniello, Valerio Cataldi, Adal Neguse e Giulia Tornari, con le fotografie di Karim El Maktafi.
A dieci anni dal naufragio del 3 ottobre 2013, quando al largo di Lampedusa persero la vita 368 persone, donne, uomini e bambini che dall’Eritrea cercavano di raggiungere l’Europa, l’esposizione ricorda la prima grande tragedia del Mediterraneo. Per la prima volta infatti, quel giorno di inizio ottobre, i corpi dei naufraghi furono visibili al mondo intero. Un evento che cambiò la percezione dei naufragi e che scatenò una reazione emotiva a livello politico, mediatico e sociale. Da quella tragedia, dal 2014 a oggi, si contano oltre 31.000 persone morte nel Mediterraneo con la speranza di raggiungere l’Europa.
La mostra ha l’obiettivo di mantenere viva la memoria dei migranti del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 attraverso l’esposizione di oggetti appartenuti ai naufraghi e la condivisione di testimonianze dei sopravvissuti, dei parenti delle vittime e dei soccorritori.
Una bussola, una macchinina rossa, una boccetta di profumo, uno specchietto, un telefono cellulare. La forza di quegli oggetti è che ci costringono a riconoscere che la nostra vita è piena delle stesse cose. Che solo il caso ci ha consentito di non aver bisogno di afferrare quegli oggetti e lasciare per sempre il nostro mondo. Dare dignità a quegli oggetti significa fare un passo verso la costruzione di una memoria condivisa, una memoria comune, quella degli esseri umani.
La memoria degli oggetti nasce proprio dalle cose appartenute alle persone migranti morte quel tragico 3 ottobre, repertati allora dalla polizia come corpi di reato, prove da portare in tribunale che hanno consentito di identificare le persone decedute anche grazie alle rilevazioni del DNA, di dare loro un nome e restituire dignità anche ai loro familiari. Una macchinetta rossa di un bimbo, un paio di occhiali da sole, una boccetta di profumo, uno specchio rotto, una bussola, un biglietto scritto a penna e ripiegato con cura nella tasca: oggetti di vita quotidiana, l’immagine più evidente di una umanità in fuga. Alcuni familiari hanno dovuto aspettare fino anche a 12 mesi per il riconoscimento dei corpi e anche per vedere tutelati i loro diritti, come banalmente avere un certificato di morte.
L’intento della mostra in occasione dell’anniversario è anche quello di sollevare questioni cruciali che vanno oltre l’individuo, che riguardano i diritti umani e il valore della vita in un mondo globalizzato e di fare un primo passo verso la costruzione di una memoria condivisa.
La mostra “La memoria degli oggetti. Lampedusa, 3 ottobre 2013. Dieci anni dopo” è stata inaugurata all’Eremo di Santa Caterina del Sasso. Ad aprire la rassegna, che sarà poi visitabile fino a martedì 9 aprile, una visita guidata con i curatori.
La rassegna è un progetto di Carta di Roma e Zona e gode del patrocinio del Comune di Leggiuno e Musa e ha il supporto di Archeologistics, impresa sociale impegnata nella valorizzazione dei beni culturali.
La mostra raccoglie e presenta gli oggetti appartenuti alle persone migranti decedute nel naufragio.
Paola Barretta
di Alidad Shiri su l’Adige
Scrivo ancora a caldo, con le lacrime, alcune righe per descrivere il mio stato d’animo e quello degli altri familiari delle vittime del naufragio di Cutro, a 40 minuti di auto da Crotone, avvenuto proprio un anno fa con 94 persone annegate, di cui 35 bambini. Come sapete, sono parente di un giovane di 17 anni, Attiqullah, ancora disperso. È un dolore questo che ti consuma, soffri tutti i giorni, aspetti sempre la notizia dell’identificazione di un corpo su cui piangere, di una notizia certa da comunicare ai parenti che continuano a subissarmi di domande. Come me molti altri uomini e donne di ogni età sono arrivati da tante parti del mondo, per questo momento insieme di memoria, almeno quelli che avevano la fortuna di avere un passaporto internazionale, mentre altri non potevano nemmeno venire, anche se il sogno che gli rimane è quello di andare sulla tomba del proprio caro. Come quello dei genitori di Zahra, che sono bloccati in Iran e non possono nemmeno piangere, pregare sulla tomba del loro figlio di 23 anni, che è stato sepolto in Finlandia a Espo, vicino a Helsinki, dove vive la sorella Zahra insieme al marito Hassan. Come altri che sono arrivati dalla Francia, dall’Olanda, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’ Ungheria, dalla Finlandia e da altre città di Italia. Il cellulare continua a squillare, mentre siamo con Zahra, Hassan, Said, un gruppo di volontari dell’Associazione Memoria Mediterranea e alcuni cronisti al cimitero di Cutro. Stiamo ancora cercando di capire se c’è mio cugino tra i sei corpi senza nome, senza identificazione. È una mamma che ci chiama dall’Iran, anche lei vorrebbe essere in questo anniversario nei luoghi dove hanno perso la vita i suoi figli di 19 e 21 anni. Loro sono sepolti a Bologna, ma è impossibile spiegarle che è molto distante da questo luogo, che non può vedere con videochiamata la tomba. Vorrebbe parlare con i giornalisti per comunicare loro tutto il suo grande dolore, la sua impotenza nell’impossibilità di spostarsi. Ritorniamo a Crotone direttamente al Museo Pitagora. Appena scendo dalla macchina di Anna, inviata di Agorà, veniamo circondati da otto sopravvissuti giovanissimi afghani, che vengono da Amburgo. Hanno voglia di comunicare, raccontare l’inferno che hanno visto un anno fa, nel momento della strage. Uno di loro appartiene a quella famiglia di 21 persone sulla nave, di cui 16 sono morti e solo cinque sopravvissuti. Si mettono in fila per cercare di raccontare a turno quello che è successo. Inizia Mohammad, 25 anni, laureato in economia a Herat. Il padre si trova ancora in carcere, arrestato dai talebani, faceva parte dell’esercito afghano, anche il fratello. I talebani avevano dato a lui due scelte: o fare parte dell’esercito dei talebani o avrebbero arrestato anche lui. Improvvisamente di nascosto è scappato in Iran e quindi in Turchia. Anche Harun Mohammadi ha vissuto questo stesso meccanismo: anche lui non aveva finito Giurisprudenza quando sono arrivati i talebani. Il padre è scappato subito perché aveva lavorato con la NATO, lui un mese dopo con tutta la famiglia. In Iran non avevano documenti, quindi erano irregolari e dovevano sempre nascondersi. Dopo alcuni mesi, è partito anche lui per la Turchia, da dove pagando un trafficante, si arriva sulle coste dell’Italia con un barcone. Quella notte, terribile, se la ricordano bene, fino al momento della strage nella tempesta dove la memoria si offusca. Mohammad si ricorda di essere risalito a galla di avere visto i corpi dei bambini che galleggiavano ormai senza vita, sentiva le urla delle persone disperate. Insieme ad altri sei lui era riuscito ad aggrapparsi ad un’asse di legno. Ogni volta che un’onda arrivava con forza perdeva un paio di compagni, finche è rimasto da solo. Appena uscito dall’acqua,ricorda, si è buttato per terra e aveva parlato con qualcuno che poco dopo non parlava e respirava più. Un’esperienza terribile. Ora questi giovani sopravvissuti parlano della loro vita difficile in Germania. Fino a tre mesi fa le istituzioni tedesche non erano a conoscenza della loro provenienza dal naufragio di Cutro, non avevano nessuna assistenza psicologica, abitano ancora in un centro di accoglienza dove solo per avere una visita medica occorre un mese. Anche per un appuntamento con il medico di base occorrono dieci giorni. Per loro, come per altri sopravvissuti, il problema principale è il ricongiungimento famigliare, che gli era stato promesso dal governo. Con così tanto dolore, tanta rabbia dentro, per i sopravvissuti e per noi parenti delle vittime, non era certo facile tornare in quel luogo. Alcuni non ce la facevano a sopportare tutto questo, ci sono stati tanti malori. Davanti alle telecamere si cercava di trattenere il pianto, ma rientri nelle nostre stanze, il buio ci soffocava e c’erano fiumi di lacrime. Ci consolava ancora una volta l’appoggio, solidarietà, umanità della popolazione locale, dei volontari, delle associazioni che ci hanno accompagnato. Insieme a noi hanno pianto, hanno urlato, hanno camminato sotto la pioggia e ci hanno appoggiato nelle nostre forti richieste di giustizia, verità sulle responsabilità di chi non ha subito soccorso, basta morti nel mare, di organizzare canali sicuri per i ricongiungimenti famigliari, che non debba succedere mai più una simile strage.
Ricevi aggiornamenti iscrivendoti qui:
Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.
Controlla la tua casella di posta o la cartella spam per confermare la tua iscrizione
Quiz Time: Quanto ne sai delle persone rifugiate?
© 2014 Carta di Roma developed by Orange Pixel srlAutorizzazione del Tribunale di Roma n° 148/2015 del 24 luglio 2015. - Sede legale: Corso Vittorio Emanuele II 349, 00186, Roma. - Direttore responsabile: Domenica Canchano.